Quando finirà la guerra con l’Iran

Stabilire una data esatta oggi, 7 marzo 2026, non è possibile. Però i segnali raccolti nelle ultime ore consentono una valutazione ragionata: la fase più intensa della guerra difficilmente appare destinata a durare anni, ma non ci sono ancora elementi abbastanza solidi per dire che finirà in pochi giorni. Le dichiarazioni pubbliche più recenti vanno in due direzioni opposte: da un lato Donald Trump continua a parlare di pressione massima e di “resa incondizionata”, dall’altro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che non si tratterà di una guerra senza fine, mentre l’ONU chiede un cessate il fuoco immediato e Teheran ha iniziato a mandare segnali di parziale de-escalation verso i vicini del Golfo.

La risposta più prudente, quindi, è questa: la guerra potrebbe entrare in una fase di riduzione dell’intensità entro alcune settimane, ma la vera normalizzazione potrebbe richiedere più tempo, soprattutto se continueranno gli attacchi indiretti, la crisi nello Stretto di Hormuz e le tensioni con Hezbollah e con le basi americane nell’area. Molto dipenderà da tre fattori concreti: tenuta delle scorte militari, pressione economica sul Golfo e capacità di Cina, Russia e monarchie arabe di costruire un’uscita diplomatica che nessuno dei protagonisti percepisca come una resa totale.

Lanciarazzi USA

I segnali politici arrivati negli ultimi giorni

Negli ultimi giorni le agenzie di stampa internazionali hanno riportato messaggi che aiutano a capire la direzione del conflitto. Reuters ha riferito il 7 marzo che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha chiesto scusa ai Paesi vicini colpiti e ha annunciato la sospensione degli attacchi contro gli Stati confinanti, salvo il caso in cui da quei territori partano operazioni contro l’Iran. Associated Press ha confermato che questo gesto è arrivato mentre continuavano ancora missili e droni su città e infrastrutture del Golfo. Nello stesso giorno Trump ha minacciato che l’Iran sarebbe stato colpito “molto duramente”, mentre nei giorni scorsi aveva già fatto filtrare l’idea di una campagna di circa quattro settimane.

Sul fronte israeliano, Reuters ha riportato il 3 marzo che Netanyahu ha definito il conflitto non “interminabile” e non destinato a durare anni. Anche questo è un messaggio politico importante: significa che Gerusalemme e Washington stanno cercando di presentare la guerra come una campagna intensa ma delimitata nel tempo, non come un’occupazione lunga. In parallelo, il segretario generale dell’ONU António Guterres ha chiesto “l’immediata cessazione delle ostilità e la de-escalation”, avvertendo del rischio di una crisi regionale ancora più ampia. Il dato politico vero è che nessuno, almeno pubblicamente, sta vendendo all’opinione pubblica uno scenario di guerra pluriennale.

Le munizioni e la logica dell’attrito

Uno dei temi decisivi è la tenuta delle scorte. Reuters ha riferito che gli attacchi balistici iraniani sono diminuiti nettamente rispetto ai primi giorni di guerra. Funzionari statunitensi e israeliani collegano il calo sia ai bombardamenti su lanciatori e depositi sia alla possibile scelta iraniana di conservare missili per una guerra di attrito più lunga. Sempre Reuters ricorda che le stime sulle scorte missilistiche iraniane restano molto variabili, da circa 2.500 fino a circa 6.000 missili prima dell’escalation, e che l’incognita sulla quantità residua peserà moltissimo sulla durata del conflitto.

Non è però solo l’Iran ad avere un problema di consumo. Gli Stati Uniti hanno appena autorizzato in emergenza una vendita a Israele di 12.000 corpi bomba BLU-110A/B da 1.000 libbre, saltando il normale esame del Congresso. Reuters ha inoltre segnalato che il conflitto con l’Iran rischia di deviare munizioni americane da altri teatri, a partire dall’Ucraina. Questo non vuol dire che Washington o Israele siano senza armi, ma suggerisce che anche per loro il fattore sostenibilità logistica conta. Più passa il tempo, più aumenta la convenienza strategica di chiudere la fase più dura prima che i costi militari, industriali e politici diventino troppo alti.

Chi può davvero spingere verso la fine

Gli attori che possono accorciare i tempi non sono soltanto quelli che sparano. In questa fase contano molto anche le potenze e i mediatori che hanno interessi economici e strategici nella stabilizzazione.

  • La Russia chiede di fermare subito le ostilità, ma secondo Reuters non sembra intenzionata a buttarsi in un sostegno militare diretto che la porti allo scontro con Washington. Mosca vuole restare influente in Medio Oriente senza aprire un secondo fronte ingestibile mentre è ancora assorbita dall’Ucraina.
  • La Cina ha invitato i Paesi del Golfo a fare fronte comune contro le interferenze esterne e ha annunciato l’invio di un inviato speciale per mediare con Arabia Saudita ed Emirati. Pechino ha tutto l’interesse a raffreddare la crisi, sia per l’energia sia per le sue rotte commerciali.
  • Gli Emirati e gli altri Paesi del Golfo hanno il movente più immediato: fermare i missili, riaprire gli aeroporti, ripristinare il turismo, proteggere porti, hotel, data center e hub energetici. Reuters descrive la crisi come uno shock che mette in discussione il modello di stabilità costruito dal Golfo negli ultimi decenni.

Da qui nasce una inferenza plausibile: gli sforzi diplomatici del Golfo potranno diventare davvero efficaci quando Teheran cercherà una via d’uscita che non sembri una capitolazione, e quando Washington e Israele riterranno di aver degradato abbastanza le capacità missilistiche iraniane da poter fermarsi senza apparire deboli. I segnali di Pezeshkian verso i vicini e i contatti russi e cinesi con il Golfo suggeriscono che questa finestra si sta aprendo, ma non è ancora matura.

Esplosioni

Gli Emirati e il prezzo economico della prosecuzione

Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei termometri più affidabili per capire quanto la guerra possa durare. Reuters ha documentato danni a Dubai International Airport e a Zayed International Airport di Abu Dhabi, oltre a forti restrizioni o chiusure che hanno colpito l’intero corridoio aereo del Golfo. Flightradar24, citata da Reuters, ha contato oltre 21.300 voli cancellati in sette grandi aeroporti della regione, inclusi Dubai e Abu Dhabi. È un dato enorme non solo per le compagnie locali, ma per catene turistiche, tour operator, vettori intercontinentali e imprese che dipendono dagli hub emiratini per collegare Europa, Asia, Africa e Oceania.

L’impatto economico è già di scala miliardaria. Reuters ha riferito che i titoli del settore travel hanno bruciato 22,6 miliardi di dollari di valore in borsa in una sola giornata di contrattazioni all’inizio della crisi, e che per i vettori statunitensi i maggiori costi potrebbero arrivare a 5,8 miliardi di dollari se il petrolio restasse elevato. Un’altra analisi Reuters parla apertamente di rischio di colpi da miliardi per le imprese e di un danno potenziale alla crescita globale. S&P, sempre ripresa da Reuters, ha mantenuto il rating degli Emirati ma ha definito questa la crisi più grave per il Paese dai tempi del Covid. In questo contesto, le parole del presidente emiratino Mohammed bin Zayed, che ha assicurato che gli Emirati non sono una “preda facile”, suonano come una dichiarazione di fermezza militare ma anche di volontà di proteggere il proprio modello economico.

Hormuz e la previsione più realistica

Lo Stretto di Hormuz resta il punto che più di ogni altro decide il calendario della guerra. Qui va fatta una precisazione importante: nelle fonti Reuters consultate oggi, 7 marzo 2026, non emerge una piena riapertura e normalizzazione del traffico. Al contrario, Reuters continua a parlare di traffico crollato, navi ferme o rallentate, shipping ancora fortemente perturbato e produttori costretti a tagliare output o dichiarare force majeure. Il Kuwait, per esempio, ha ridotto la produzione e ha indicato il protrarsi della crisi come motivo della decisione. Più che “riaperto”, Hormuz appare ancora formalmente contestato e operativamente instabile.

Per questo la previsione più seria, oggi, è la seguente: la fase più violenta potrebbe ridursi tra metà e fine marzo, perché la combinazione tra consumo di munizioni, pressioni economiche sul Golfo, mediazione di Cina e Russia e costi politici per Trump, Netanyahu e Teheran spinge tutti verso una pausa. Ma una cessazione stabile delle ostilità potrebbe richiedere di più, forse settimane ulteriori o anche mesi, se resteranno aperti il dossier Hezbollah, la sicurezza marittima a Hormuz e la questione della leadership iraniana dopo l’uccisione di Khamenei. In altre parole, la guerra può smettere di essere totale prima di smettere di essere pericolosa.

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